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I GRANDI MAESTRI DELL'UMANITA' - Halima Bashir

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HALIMA

La donna medico che denunciò la piaga dei bambini stuprati

Halima Bashir è una giovane donna sudanese nata il 22 novembre 1987 nel Darfur, cresciuta in un tranquillo paesino rurale e trasferitasi in città per studiare medicina. Laureatasi a pieni voti, nel 2003 comincia a lavorare in un piccolo villaggio. Purtroppo da lì a poco inizia la guerra e tra i suoi pazienti ci sono bambini stuprati e torturati dalle milizie Janjaweed

Halima rilascia un'intervista in cui fa capire che la realtà è più complessa di come la descrivono le autorità sudanesi. Per questo viene imprigionata e le è intimato il silenzio. Una volta rilasciata, viene inviata a esercitare la professione in una clinica di un luogo sperduto, lontano dal clamore dei media.

Tuttavia alcuni funzionari dell'Onu vengono a conoscenza dell'aggressione a una scuola, nelle vicinanze della clinica, in cui sono state stuprate tutte le bambine, e chiedono ad Halima, che ne ha medicate alcune, di testimoniare. Lei accetta e le conseguenze a cui va incontro sono terribili: viene dal dittatore sudanese fatta imprigionare in cui è stuprata dal branco, insultata e picchiata selvaggiamente. Quando viene rilasciata torna al villaggio natio, ma presto anch’esso viene attaccato e suo padre è ucciso. 

Solo a questo punto Halima decide di fuggire e riesce a espatriare in Inghilterra, dove chiede asilo come rifugiata. Al New York Times ha detto di non essersi pentita di avere denunciato i gravissimi soprusi commessi dalle autorità sudanesi verso i bambini del Darfur. Da poco ha anche presentato negli Stati Uniti il libro Tears of the Desert (Lacrime del deserto), scritto assieme al giornalista Damien Lewis.  Scrisse anche “la bambina di sabbia”. Come medico diventa in questo libro il testimone della continua violenza perpetrata dalla minoranza araba contro le tribù nere, soprattutto degli abusi sessuali sulle bambine.

Senza farsi intimidire, denuncia con forza questi crimini all'ONU e, a sua volta, subisce feroci torture e soprusi finché riesce a fuggire in Inghilterra, dove vive tuttora con la famiglia come rifugiata politica. Queste pagine rappresentano un appello, carico di dolore e insieme di speranza perché il mondo non resti indifferente davanti allo sterminio di un popolo. 

“Mai nemmeno nei miei incubi più cupi e più lugubri, avrei immaginato di assistere a un tale orrore. Che cosa stava succedendo al mio paese? Dove erano finiti l' amore, la bontà, l' umanità? Chi aveva lasciato entrare il male e gli aveva dato tuttoquel potere? Come potevano essere così malvagi? E contro bambine indifese... Non avevano figli loro? Non erano mai stati bambini? Non avevano un cuore, né amore paterno? Erano davvero umani?”.

Un grido, un urlo, il racconto di Halima testimone degli orrori che hanno sconvolto il suo paese in una guerra che, dal 2003, ha fatto contare in cinque anni più di trecentomila vittime e due milioni e mezzo di fuggitivi. Un genocidio scatenato dalla minoranza araba, i famigerati janjaweed, contro le popolazioni nere. Un' esperienza dolorosa e traumatica quella di Halima. Dopo un' infanzia serena trascorsa nel sud della sua regione, prima da studente e poi da donna medico le tocca vedere il suo paese trasformarsi rapidamente in uno scenario di sangue e sofferenza.

«Fu uno dei momenti più difficili della mia vita. Avevo dinanzi agli occhi tante bambine innocenti che avevano subito il peggio di quello che può capitare a chiunque. Ed ero scioccata, annientata. Eppure sapevo che dovevo fare di tutto per far fronte a quel disastro (….).  Erano bambine che avevano subito l'infibulazione, come me del resto. Improvvisamente mi balenò l’immagine della mia infanzia. Allora mi avevano legato strette le gambe con una corda... forse potevamo fare lo stesso con le bambine ferite...”.

Il presidente del Sudan, Omar Al Bashir, dava una versione molto diversa dei fatti, ma Halina afferma con forza: “Sappiamo che il presidente tenta di negare questi crimini vergognosi contro l' umanità. Ma lui mente. è un bugiardo».

Halima, adesso vive a Londra ed è diventata un'attivista per i diritti umani. Le fu chiesto da un giornalista: “Pensa che un giorno riuscirà a tornare in Sudan, nel suo villaggio?”. Rispose: “E’ il mio sogno più grande. E spero anche che tutta la nostra gente possa riprendere in pace la vita di prima, in casa propria. Sto facendo tutto il possibile perché questa speranza possa realizzarsi. è dovuto a coloro che hanno perso la vita solo a causa della loro pelle nera”.